maria.crosti@tiscali.it
via Losanna 9 - 20154 Milano (Italy)

I was born in Milan in 1972. From 1991 to 1995 I studied painting with Professor Beppe Devalle at the Accademia di Brera in Milan. In 2006 I was Assistant Professor at the Accademia di Brera's Painting Lab, Presently I am drawing Professor at the Orsoline Art Secondary School in Milan.
Sono nata a Milano nel 1972. Dal 1991 al 1995 ho studiato pittura con il professore Beppe Devalle all'Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano. Nel 2006, sono diventata assistente per il laboratorio di discipline pittoriche all'Accademia di Brera. Attualmente sono insegnante di disegno dal vero al Liceo Artistico Orsoline di Milano.
International Exhibition of Art Colleges of Hiroshima (Hiroshima, 1995) - Salon Brera (Milano, 1993 e 1995) - Paolo Parati (Vittuone, 1998) - Menotrenta, Primo Liceo Artistico Hajech di Milano (Milano, 1999) - Premio Morlotti (Imbersago, 2002) - Bond Art (Biella, 2002) - Bond Art (Busto Arsizio, 2004) - Il Sacro (Galleria S. Fedele, Milano, 2004) - Spazio Obraz (Milano, 2004) - Centro di Psicosintesi (Milano, 2005) - Azzardo (Milano, 2006) - Ex voto Moderni (Villa Lagarina, Rovereto, 2007) - Castello di Rivalta (Torino, 2008) - Roaming Officine Creative (Barasso, 2008) - Wannabee Gallery (Milano, 2008) - Assab One (Milano, 2008) - Galleria Artra (Milano, 2009).
_Paolo Biscottini
When writing about Maria Crosti in 2005, I dwelt on the topic of the face, which in her painting seemed to have a particular importance, and to point to the "depth of a spiritually alive existence" which was especially perceptible in the gaze of the subject. Seeing her work again after a few years, I would like to shift attention from the face to the world around it. Not that the face matters less in her work, but, on the contrary, put closer to the themes of landscape, it brings back Maria Crosti's art into the fold of realism and, within it, specifically to realist portraiture. Whether drawing people or urban spaces, Maria Crosti is, first of all, a portraitist. This fact makes me connect her special way of painting to her observation of reality, no matter what it is, and her ability to grasp that "all", which I had already mentioned in 2005. Consequently, her necessarily slow painting is founded on two main themes: the concreteness of nature (of human nature as well) and its existence over time. Thus, reality is the shapes that life takes over time. And this is what the artist wants to account for in her work, like a witness to the truth of a phenomenological process and, at the same time, to its persistent mysteriousness, which only the artist becomes aware of and feels called upon to guard. But what mystery does the artist notice in reality if, when she paints it, she seems to adapt to it totally, accepting not only its phenomenicity but its concrete visibility as well? If things are as they appear to us, why talk about mystery? Wouldn't it be right, and also simpler, to acknowledge that in the real world there is certainly something unpredictable and irreducible to the logic of cause and effect? Why should a gaze that is barely decipherable or just particularly intense, conceal some mystery? Isn't there some simple explanation for the arcane geometries of nature or architecture? This is a complex question which forces us to reflect on the theme of truth. What does what we call mystery in a rather literary manner, have to do with truth. Which truth? A single Truth, or many? An artist is neither a philosopher, nor a theologian. But in a gaze, as in the wrinkles of a face, in the geometries drawn by rows of trees or by urban space, she intuits a truth greater than any natural law, more persistent than any logical statement. It is hard to give a name to such a truth, perhaps it can only be intuited, like some tremor of the soul. Still, this is the truth that the artist relies on, the one she trusts. This is Maria Crosti's noble realism. Not a mirror of what she sees, but an attempt to imitate the "all", even that intangible truth made of thin air, magnetic waves, hidden vibrations. Only time will clarify the nature of this truth, which remains the sole reason for painting reality for someone who has chosen, like Maria Crosti has, to remove everything superfluous, everything that has been added to things, to people, to landscapes. Reality is naked, like its truth. The painter is neither writer, nor poet. Her fiction uses the language of reality because she has glimpsed the spiritual in it. The subject itself seems to lose importance. One face is as good as another. A landscape merges with others. But everything is clear. Lean and clean. She aspires to the absolute and concedes little or nothing to narrative. A spiritual reality. The contradiction is valuable, and says much about an artist who, before being one, is a person and knows it.
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_Paolo Biscottini
Nel 2005, scrivendo di Maria Crosti, mi soffermavo sul tema del volto, che mi sembrava assumere nella sua pittura un'importanza specifica, indicando "la profonditÓ di un'esistenza spiritualmente viva", percepibile soprattutto nello sguardo. A pochi anni di distanza e rivedendo il suo lavoro vorrei spostare l'attenzione dal volto alla realtÓ. E non perchŔ il volto abbia nella sua vicenda artistica perso di importanza, anzi, ma perchŔ, accostata ad alcuni temi paesaggistici, l'arte di Maria Crosti va ricondotta con forza all'ambito del realismo ed in esso a quello specifico del ritratto. Che si tratti di raffigurare una persona o uno spazio urbano, Maria Crosti Ŕ innanzi tutto ritrattista. La considerazione mi porta a legare il suo particolare modo di dipingere all'osservazione della realtÓ, qualunque essa sia, per coglierne quel "tutto" di cui giÓ parlavo nel 2005. Ne consegue che la sua pittura, necessariamente lenta, si fonda su due temi preponderanti: la concretezza della natura (anche quella umana) e la sua esistenza nel tempo. La realtÓ Ŕ dunque il manifestarsi delle forme della vita nel tempo. E l'artista di ci˛ vuol dare ragione nell'opera, quasi ponendosi come un testimone della veritÓ di un processo fenomenico e nel contempo del mistero che in esso insiste e che solo lui, intravedendolo, sente di essere chiamato a custodire. Ma quale mistero avverte il pittore nella realtÓ se, dipingendola, sembra adeguarsi totalmente ad essa, accettandone non solo la fenomenicitÓ, ma anche la sua concreta visibilitÓ? Se le cose sono come ci appaiono, perchŔ parlare di mistero? Non sarebbe pi¨ corretto, ed anche pi¨ semplice, accettare che nel reale vi Ŕ certamente un che di imprevedibile e di irriducibile alla logica del causa-effetto? PerchŔ uno sguardo poco decifrabile o solamente particolarmente intenso deve nascondere un che di misterioso? E le arcane geometrie della natura o dell'architettura non hanno spiegazioni semplici? La questione Ŕ complessa e ci obbliga a riflettere sul tema della veritÓ. Ci˛ che in modo un po' letterario chiamiamo mistero ha a che fare con la veritÓ. Quale veritÓ? La VeritÓ o le veritÓ? L'artista non Ŕ filosofo, nŔ teologo. Ma intuisce - nello sguardo come nelle pieghe di un volto, nelle geometrie tracciate dai filari degli alberi come in quelle dello spazio urbano - che c'Ŕ una veritÓ pi¨ forte di ogni legge naturale, pi¨ insistente di ogni logica asserzione. Difficile dare un nome a questa veritÓ, che forse Ŕ possibile solo intuire, come un sussulto dell'anima. Ad essa l'artista si affida, di essa si fida. Questo il nobile realismo di Maria Crosti. Non uno specchio di ci˛ che vede, ma il tentativo di un'imitazione del tutto, anche di quella veritÓ impalpabile, fatta d'aria, di onde magnetiche, di vibrazioni nascoste. Solo il tempo chiarirÓ la natura di questa veritÓ che resta l'unica ragione della pittura di realtÓ per chi come Maria Crosti ha scelto di eliminare tutto il superfluo, tutto ci˛ che Ŕ aggiunto alle cose, alle persone, al paesaggio. La realtÓ Ŕ nuda, come la sua veritÓ. Il pittore non Ŕ scrittore, e neppure poeta. E la sua finzione usa il linguaggio del reale perchŔ in esso avverte un brivido spirituale. Lo stesso soggetto pare perdere di importanza. Un volto vale un altro. Un paesaggio si mescola ad altri. Ma tutto Ŕ nitido. Scarno e nitido. Anela all'assoluto e poco, forse nulla, concede al racconto. Una realtÓ spirituale. La contraddizione ha il suo valore e dice molto di un artista che, prima di essere tale, sa di essere persona.